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Ex Cinema Corso

  • Luogo

    Vicenza | Italia

  • Committente

    Fondazione Giuseppe Roi

  • Anno

    2025

  • Architettura

    Bodar
    industria38
    Viviana Ragnini

Status
Concorso di progettazione

La teatralità quale misura e metodo del mettere in scena le cose, a Vicenza è una storia antica e radicata. Fin dal Quattrocento il teatro di strada animava le Contrà, assumendo nel Cinquecento forme più strutturate. Le decorazioni policrome e i festoni palladiani rivelano una città in cui rappresentazione, narrazione e allusione si intrecciano con un tessuto sociale vivace, insieme popolare e nobiliare. Ancora oggi basta partecipare alla nota Parata dei Buffoni per verificare quanto l’integrazione tra l’agire umano e il contesto in cui esso avviene. Questa mediazione tra architettura degli edifici che compongo la città e pratiche teatrali è ben nota e la magnifica loggetta gotica di Palazzo Porto Colleoni, affacciata ancora sul suo brolo e in attesa di ritornare agli antichi splendori, è ancora lì a raccontare dove forse è iniziata la storia dell’Olimpico.
Strada, palazzo, teatro, sono elementi in grado definire ancora una volta i caratteri dell’urbanità. La strada è luogo di connessione e mediazione, spazio pubblico di incontro e concentrazione di energie. Portico, atrio, corte e giardino, pur privati, si aprono alla relazione, mantenendo viva la continuità tra individuo e città.

Il rito della rappresentazione

Tabernaculum

Il progetto parte da queste considerazioni, dall’effettiva possibilità di dotare nuovamente la città di un apparato ulteriore che strada non è più ma in qualche modo luogo pubblico rimane.
La strada può entrare nel palazzo, è dimostrato, e altrettanto il palazzo può divenire parte della scena pubblica. Così l’architettura denudata del Cinema Corso può svolgere il ruolo di contenitore, mantenendo il proprio destino di deposito di memorie ma prestandosi ad una reinterpretazione di sé stesso. Le facciate rimangono, restaurate per quello che può essere necessario a raccontare una storia lunga e a non sovvertire la scena di Corso Fogazzaro che, come le scenografie dell’Olimpico, pare aver raggiunto l’equilibrio della perfetta e rassicurante immagine delle città. L’interno volutamente lasciato scarno, manifesto del suo tempo, dove il tutto si ricompone attraverso un sistema prossimo alla meccanicità delle torri sceniche. Nuove strutture puntuali, oltre che avere l’obiettivo di liberare totalmente l’attacco a terra definiscono un sistema di veri e proprio palchi, o soppalchi, sui quali trovano luogo le funzioni richieste.Dallo spazio principale, posto al piano terra è possibile salire al livello superiore, dove il visitatore, attraversando le aperture ricavate nello spazio circolare, potrà intraprendere il percorso espositivo. L’arte contemporanea potrà essere quindi essere ammirata anche attraverso i vuoti ricavati nel rivestimento del cilindro sospeso, sulla cui superficie potranno essere proiettate opere di arte digitale.Il movimento circolare diventa parte integrante dell’esposizione. L’architettura stessa prende parte alla performance.
La macchina scenica resta sospesa, sfiorando i resti dell’Ex Cinema, onorando ciò che prima apparteneva a queste mura.
Il tabernacolo, lo spazio centrale circolare, è il punto focale della partecipazione al rito della festa, dello spettacolo. Sotto di esso un piano mobile dal pavimento può alzarsi e se necessario divenire palco del teatrino circolare configurando una teatralità della costruzione che partecipa in prima persona alla rappresentazione.

The project stems from these considerations: the real possibility of re-equipping the city with an additional structure that is no longer a street but remains, in some way, a public space.
It has been shown that the street can enter the building, and likewise the building can become part of the public scene. Thus, the stripped-back architecture of the Cinema Corso can serve as a container, maintaining its role as a repository of memories whilst lending itself to a reinterpretation of itself. The façades remain, restored to the extent necessary to tell a long story and not to disrupt the scene of Corso Fogazzaro which, like the scenery of the Olympic Stadium, seems to have achieved the balance of the perfect and reassuring image of the city. The interior, deliberately left bare as a testament to its era, is recomposed through a system akin to the mechanical nature of stage towers. New, strategically placed structures not only aim to completely free up the ground-level connection but also form a system of distinct platforms, or mezzanines, on which the required functions are situated. From the main space, located on the ground floor, it is possible to ascend to the upper level, where visitors, passing through the openings created in the circular space, can begin the exhibition route. Contemporary art can therefore also be admired through the openings in the cladding of the suspended cylinder, onto whose surface digital artworks can be projected. The circular movement becomes an integral part of the exhibition. The architecture itself takes part in the performance.
The stage machinery remains suspended, hovering over the remains of the former cinema, paying homage to what once belonged to these walls.
The tabernacle, the central circular space, is the focal point for participation in the ritual of the festival and the performance. Beneath it, a movable platform can rise from the floor and, if necessary, become the stage for the circular theatre, creating a theatricality within the structure that actively participates in the performance.

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